Officina del Pensiero

dal sapere al saper fare

dal 2001

BENVENUTI NEL 25° ANNO

U I

******* 

 

RICORDANDO     ALEXANDER LANGER

 

Non abbiate fretta. Non credete che solo correndo si possa arrivare.

In questo tempo che ci spinge al rumore, alla velocità, alla conquista, io vi invito a sostare.

A coltivare il dubbio, a praticare l’ascolto, a custodire il fragile.

[…] Non cercate la forza che impone, ma quella che sostiene.

La dolcezza non è resa, ma resistenza. La lentezza non è pigrizia, ma profondità. E la profondità, oggi più che mai, è rivoluzionaria. 

Cercate l’indefinito, là dove le cose non sono subito chiare, nette, pronte a essere consumate. 

È lì che abita la possibilità di un mondo condiviso, dove nessuno ha l’ultima parola e tutti possono dire qualcosa. 

Vi chiedo questo: abbiate il coraggio dell’autolimitazione, della sobrietà, della gratuità. 

Non come sacrificio, ma come atto di liberazione.  Come un fiore che sboccia senza chiedere nulla in cambio. 

E scegliete, sempre, la pace.  Non come assenza di guerra ma come tessitura quotidiana di legami.

Non come tregua, ma come scelta di vita. La non violenza non è debolezza, è la più alta forma di forza.

È dire no senza distruggere. È resistere senza odiare. È costruire ponti dove altri alzano muri.

 Rifiutate il riarmo, le spese folli in armi, le retoriche del nemico. Non lasciate che la paura vi spinga ad armare il futuro.

Nessuna vera sicurezza nasce dall’intimidazione. Nessun domani si costruisce con le bombe.

E se vi chiedono da che parte state, non abbiate paura di dire: dalla parte della vita che cresce lenta, fragile, profonda.

Dalla parte dell’umano. Dalla parte della pace.

Non abbiate paura della lentezza, né della solitudine che a volte accompagna chi cerca sentieri nuovi. Non tutto si concluderà oggi, né domani. Ma ogni gesto, ogni parola non violenta, ogni scelta sobria e giusta, è un seme. 

E i semi, anche se non li vediamo subito a germogliare, fanno il loro lavoro. 

Abbiate cura. Degli altri, della terra, del tempo. Abbiate cura di ciò che cresce piano.

E camminate. Non da soli, ma insieme. Più lentamente, più profondamente, più dolcemente.”

                                                                                        ALEXANDER LANGER. Il viaggiatore leggero. Scritti (1961-1995)

Scandaloso fare la guerra per raggiungere la Pace. (Papa Leone)

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MIRIAM GANDOLFI ha scritto la prefazione del libro di

RENATO VENTURA

Sull'orlo dell'abisso

Essere familiare di persona affetta da disturbo mentale.

Aspetti psicologici, psicodinamici, relazionali, sociali e il loro riflesso sul triangolo operatori-utenti-familiari.

 

RENATO VENTURA

Psichiatra e Psicoanalista, già associato alla Società Psicoanalitica Italiana.

Presidente di La Tartavela, associazione di familiari di persone affette da disturbo mentale.

Ha sviluppato una larga competenza nel campo della salute mentale e dei disturbi mentali, che ha trasferito in questo manuale critico, ad uso dei familiari per orientarsi nel complesso rapporto con i servizi psichiatrici

 

Il coraggio di attraversare il Caos. Chi vuol trovare il “senso”, non può temere il “non senso”.

 

Il titolo di uno scritto dovrebbe avere il compito di invogliare o incuriosire il Lettore. Il titolo scelto da Renato Ventura per guidarci nel suo viaggio “Sull’orlo dell’abisso… Appunti per un manuale critico di psichiatria ad uso dei familiari”, può incutere timore e farci temere di incontrare cose spaventose. In realtà non vi troveremo cose spaventose, ma il senso di attrazione, di smarrimento, di fascino e paura che sempre produce ogni processo di avvicinamento all’ignoto. Egli ci conduce nel viaggio con cui homo ha cercato il senso di sé stesso, come parte integrante del mondo.

Questa è del resto la condizione esistenziale di homo: attraversare il Caos di cui è parte cercando di scoprirne le leggi, posto che ve ne siano, che diano un significato a ciò che vede o gli sembra di percepire e sperimentare. Siccome trovo stucchevole l’attuale vezzo di negare le differenze, non solo tra chi ha ricevuto una psico-diagnosi di qualche tipo e chi l’ha fatta franca, ma anche quello pseudo paritario e confusivo con cui si affidano a * le questioni di genere, in questo testo userò sempre la parola “homo per indicare qualunque membro del genere umano.

    A Renato Ventura non manca il coraggio di rinunciare ad un ordine posticcio quando, dopo aver citato alcuni pilastri della psichiatria ufficiale che si sono cimentati nella definizione di malattia mentale grave, di schizofrenia e di psicosi afferma: “In realtà è un mero costrutto psicopatologico senza corrispondenza con un’alterazione organica del cervello.”

Il tema della definizione, comprensione, controllo di quei comportamenti che homo ha deciso di includere nel termine follia, affligge l’umanità da sempre. Da quando abbiamo conquistato la stazione eretta e liberato le mani abbiamo radicalmente cambiato lo sguardo sul mondo: si è incredibilmente allargato il nostro campo di osservazione e con esso le domande e la ricerca di conoscenza e significato.

 Ventura inizia richiamando, nell’illustrazione di copertina della Nave dei folli (Das Narrenschiff), e i magnifici dipinti di Bosch per dare corpo all’abisso che la mente umana può generare. Essi ci rimandano proprio a un’esperienza di caos, ma anche di libertà estrema: monache con le natiche esposte, esseri riccamente abbigliati con arti caprini o lingue rettiliane che insidiano un poveraccio, con la testa suina, semivestito da una semplice camiciola, demoni famelici: insomma un mondo non dissimile dal nostro, che per la prima volta viene rappresentato realisticamente sfidando gerarchie sociali e religiose, mettendo sullo stesso piano ricchi e poveri, sacro e profano, regola e devianza; ma soprattutto dando forme alle angosce esistenziali. Il tempo di Bosch è il tempo dei confini infranti grazie alla conquista di mondi fin lì ignoti. È il vero momento storico in cui nasce il pensiero scientifico: nulla è escluso dall’indagine della natura, nemmeno homo: né il suo corpo né la sua mente-anima. Infatti Bosch dipinge nel 1494 quel magnifico concentrato di teoria della mente che è “Estrazione della pietra della follia”. In pochi centimetri quadrati sono contenuti credenze religiose, sfottò verso i parolai e l’illusione che sia possibile grazie ad un cerusico estirpare e liberarsi dalla follia. Dettaglio interessante: il poveraccio a cui stanno smanettando nel cranio non è legato o agitato, è consenziente. Esattamente ciò che la società si augura: che il matto accetti la sua lobotomizzazione (fisica, psichica, comportamentale) per poter tornare ad essere accolto nel consesso umano.

Non ho dubbi che, data l’epoca, questo dipinto fosse anche autobiografico.

Così come non penso sia una coincidenza che Sebastian Brandt, nello stesso anno, pubblichi grazie alla recente invenzione di Gutenberg il suo provocatorio Das Narrenschiff” (Nave dei folli) che poi Bosch utilizzerà per trasferirlo su un piano metaforico, nel suo dipinto riportato in copertina. Subito diventato un best seller e messo all’indice, perché egli non ne faceva una predica religiosa e morale ma un monito laico contro la devianza. Siamo in piena epoca di Inquisizione e sul rogo ci finiva prevalentemente chi osava pensare diversamente e mettere in discussione il pensiero dominante, quello che definiva allora come oggi, i modi di concepire il mondo e l’ordine sociale. Giordano Bruno e Galileo sono solo due delle illustri menti fatte fuori, anche se Galileo salvò il corpo. All’epoca furono mandati letteralmente in fumo fior fiore di menti libere, attratte dal desiderio di scandagliare l’ignoto e per questo accusati di provocare caos.

Torno allora al titolo: “Sull’orlo dell’abisso”. Per me, amante della fisica e della matematica da cui mi ha distratto la scoperta di Freud ai tempi del liceo, si tratta di un invito a nozze. Vuol dire affacciarsi sul bordo dell’orizzonte apparente degli eventi, al margine di buchi neri di cui ignoriamo quasi tutto, tranne che esercitano forze potentissime nell’universo. È come nuotare lungo il bordo di una scogliera che vedi scendere senza fine e ti piglia il mal d’aria anche se sei circondato dall’acqua.

Questo il viaggio immersivo che Renato ci offre. Con onestà intellettuale, con dubbi e confronti. Citando punti di vista diversi e a volte contrapposti tra loro e, cosa che apprezzo molto, dichiarando il proprio punto di vista di psichiatra, psicoanalista, familiare di una persona che ha ricevuto diagnosi psichiatrica, dunque egli stesso utente. Il punto di vista (le premesse in un discorso scientifico) dovrebbe essere sempre onestamente esplicito per consentire un reale confronto su teorie, sul loro valore esplicativo, su procedure, esiti, verifica dei costi e benefici raggiunti.

La Narrenschiff di Brandt, come i dipinti di Bosch rappresentano l’inizio di quel processo che si interroga ancora oggi sul rapporto tra follia e normalità, dunque sulla necessità di definire anche la normalità. Anche questo è tema antico. Erasmus da Rotterdam, nel 1509, scrive il suo “Elogio della follia”. Non sappiamo se, essendo un prelato rigoroso ma curioso, avesse letto di nascosto la Narrenschiff. Leggendolo è impossibile non cogliere l’assonanza con il problema di fondo: come definire la “normalità”, chi è il vero deviante. Perché ci disturba tanto colui che mette in discussione l’ordine sociale e sceglie percorsi fuori dalla norma attesa?

Nella sua ricerca Ventura mostra tutta la sua formazione psicoanalitica classica, ma guida anche attraverso concetti espressi da Foucault e da Basaglia. Impossibile non cogliere il filo rosso che lega i testi di archeo-psicopatologia e il contenuto de “La maggioranza deviante”. Quel sottile ma profondo libretto, curato da Basaglia e Ongaro, altrettanto provocatorio all’epoca (1971), frutto del confronto tra colleghi pensanti. Attenti ad interrogarsi e confrontarsi su posizioni anche diverse per esplorare possibilità di dare un senso alle situazioni di dolore esistenziale e cercare un modo umano di affrontarlo.

Quelli di Basaglia sono gli anni in cui finalmente si cerca di uscire dall’illusione di definire, misurare, catalogare oggettivamente il comportamento e decidere quale estirpare, per accedere alla dimensione esistenziale del dolore soggettivo e collettivo. Prospettiva molto meno asettica e più coinvolgente rispetto ad una catalogazione medica anatomico-funzionale. Essa richiede appunto di affacciarsi all’orizzonte di eventi apparenti e di affrontare il caos generato dal dolore. Una prospettiva che “sporca” e obbliga a sporcarsi chi decide di occuparsene seriamente. Ventura è una persona che non teme di sporcarsi.

Bastano le prime dieci righe della nota introduttiva, per capire tutta la sofferenza e la complessità delle situazioni con cui Ventura si è confrontato, come medico e come uomo. Come è accaduto a lui stesso, egli offre al lettore il passaggio cruciale che non vede più la malattia mentale, come qualità del singolo, come frutto di un “sasso nella testa”. Ma esito di ciò che lega colui che è sofferente alle dinamiche familiari e istituzionali e come questo intreccio generi un circolo spesso vizioso che impedisce di distinguere in modo lineare cause ed effetti. Ciò obbliga a ripensare e superare il concetto di colpa e di senso di colpa, così devastante e di nessuna utilità per accedere al processo di riparazione reciproca. A questo tema Renato Ventura dedica un’attenta disamina.

L’intento, certamente utile e apprezzabile, di offrire agli utenti di servizi psy, una sorta di mappa per orientarsi tra i diversi approcci, teorie, annunci promettenti ma non ancora dimostrati di risolutive misure di manipolazione genetica e conseguenti offerte operative è solo parzialmente riuscito. Del resto scrivere un manuale sul cosmo, altrettanto caotico e parcellizzato, che attualmente caratterizza l’ambito psicopatologico sarebbe impresa prometeica per chiunque. Certo è che agli Esperti Per Esperienza (ESP) servirebbe davvero un manale di sopravvivenza. Dunque il tentativo va apprezzato. Ben documentato per la parte dinamica ed anche per gli aspetti relativi alle ricerche neurologiche e farmacologiche, risulta un po’ compilativa nel descrivere altri approcci psicologici, rendendo non sempre chiaro comprenderne le differenze di sostanza. Ritengo che proprio l’attuale mancanza di dibattito esplicito e serio tra “esperti” di diversa formazione sia alla base del disorientamento degli utenti, che Ventura stesso lamenta.

Per scegliere è necessario disporre di informazioni (cioè differenze) chiare, che forse non sono chiare agli operatori stessi?

Avendo io una formazione sistemica mi corre l’obbligo di segnalare questa mancanza di chiarezza nella presentazione dell’approccio sistemico, almeno nei principi fondamentali batesoniani.

Così Ventura:” Per la teoria sistemica (G. Bateson) la patologia del singolo è l’espressione di un disagio dell’intero sistema familiare in un determinato momento del ciclo di vita: il soggetto portatore del disturbo è il “paziente designato”, il membro del sistema famigliare che esprime, segnala e si fa carico del cattivo funzionamento del sistema accentrando su di sé tutte le preoccupazioni. In altri termini si può parlare di capro espiatorio delle patologiche e distorte dinamiche familiari.”

 Il concetto di “capro espiatorio”, utilizzato simbolicamente anche nell’approccio dinamico e antropologico, è uno dei primi concetti contestati dalla sistemica di impronta batesoniana. Colui che è definito “paziente” è considerato attivo e competente nel comunicare e gestire relazioni, benché in un contesto ambiguo. Caratterizzato perciò da doppi legami che rendono i messaggi indecidibili. Quindi egli è visto in una posizione attiva e non passiva, come una vittima sacrificale. Da qui il termine di “paziente designato” inteso come colui che parla a nome di coloro che nel sistema familiare non comunicano in modo leale, trasparente, anzi ambiguo. Così si creano, nella comunicazione, doppi legami e paradossi davvero letali. Il termine di paziente designato, abbandonato da molti sistemici (per paura o fatica di procedere nello studio del buco nero che si è aperto?) è utilmente sostituito con quello, più articolato, di “qualità emergente” del sistema. Costrutto mutuato dalle teorie della complessità e che permette di comprendere i comportamenti “patologici” come frutto sensato, plausibile, dei processi comunicativi in atto. La prima conseguenza di questo salto nella complessità processuale è la consapevolezza che “il matto” è sempre interloquibile e coinvolgibile in colloqui individuali e familiari. Mentre ancora oggi nei servizi è in vigore la prassi di parlare senza coinvolgere l’interessato, parlando “su e di” lui, in modo paternalistico e pseudo protettivo. Per chi eserciti correttamente il metodo sistemico è impensabile il concetto di persona “rotta”, anzi il “matto” è colui che guida a riconoscere processi e comunicazioni ambigue spesso sottostanti a relazioni di potere intra ed extra familiari, agite implicitamente. Infine aspetto cruciale dello sviluppo connessionista della sistemica è il superamento della polemica tra aspetti organici e psicologici della psicopatologia. Se la premessa è che il problema non sta nel soggetto ma nei processi comunicazionali, tutti gli homo: bambini, disabili gravi, soggetti con problemi funzionali e sensoriali, possono assumere in modo competente il ruolo di qualità emergente. Certo l’operatore dovrà essere attento e competente a sua volta nel conoscere i modi comunicazionali di questi soggetti. Invece è ancora più che mai in auge tra operatori, pubblici e privati, l’uso della valutazione tradizionale del QI per decidere se il soggetto sia meritevole di attenzione psicoterapeutica o solo idoneo all’addestramento a fini contenitivi.

 Per tornare al rapporto di Renato Ventura con la sistemica, oltre ad essersi documentato, testimonia di aver lavorato a Milano e vissuto sulla propria pelle la ricerca di aiuti. Ciò proprio nel tempo e nel luogo dove la sistemica italiana è nata e da lì essere conosciuta a livello internazionale come il Milan Approach. Ciò mette in evidenza quanto la sistemica, promessa di quel salto di paradigma nella complessità che la fisica e la biologia hanno fatto a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e poi portato avanti, abbia se non fallito completamente perso di mordente e di spinta auto-innovativa. Dunque ringrazio lo psicanalista per obbligare il sistemico a riflettere su sé stesso per la “rivoluzione mancata”, come la chiamerebbe Thomas Kuhn.

Non manca nel testo il riferimento alle promesse altrettanto rivoluzionarie ma incompiute delle neuroscienze, all’ambiguità introdotta dal termine neuro-divergenza, alla tentazione di un ritorno all’illusione organicista dove si spera di sostituire il sasso di Bosch con i segreti svelati del DNA. Egli sottolinea il preoccupante fenomeno dell’iperdiagnosi anche in età evolutiva in particolare di ADHD, DSA, e disturbi dello spettro autistico.

Non c’è dubbio che la parcellizzazione diagnostica sia dovuta alla parcellizzazione di spiegazioni specifiche, a scapito della ricerca di una cornice epistemologica più ampia in cui collocare e connettere in modo complesso ma coerente tutti gli elementi in gioco: individuale (anche organico), familiare e istituzionale e di politica della salute collettiva. È su questo tema che trovo l’analisi di Ventura attenta, mai ideologica o corporativa, onesta nel rifuggire da facili alibi, ma che non lascia scampo alla necessità di ciascuno di interrogarsi per la propria parte:

Semplificando: se responsabile della sofferenza del paziente è la famiglia noi operatori possiamo ritenerci giustificati se non siamo in grado di alleviare le sue sofferenze? … E’ quello che chiamo il ping pong delle responsabilità. Anche ammettendo che ci sia del vero nella chiamata in causa della famiglia nella genesi del disturbo mentale di un suo membro, questo non deve indurre a una sorta di gioco del cerino ma deve… affrontare le inevitabili problematiche che li investono a vari livelli...

Spesso affermo, in chiave paradossale, che qualcuno deve pur assumersi la “colpa” del malessere del paziente: siano i servizi psichiatrici inadeguati (e troppo spesso lo sono) o una famiglia troppo disturbata (abbiamo detto che molto spesso lo è). In realtà è indispensabile una operazione di chiarezza e verità: il disturbo del paziente mette in evidenza le contraddizioni e le insufficienze nostre (di familiari) e dei servizi: cercare il colpevole è solo un modo di allontanare la responsabilità della “cura” intesa come prenderci cura di una persona che, seppure in modo talora distorto e aggressivo, chiede di essere ascoltato e, se possibile, compreso nei suoi bisogni profondi e inespressi per difficoltà intrinseca al disturbo. È anche una delle tante aporie di cui è portatore il DM.”

Trovo le domande con cui Ventura incalza il Lettore, soprattutto se operatore, di pressante attualità: “Classica è l’affermazione: se lui/lei rifiuta le cure non possiamo farci niente. Ma cosa è stato fatto per costruire un’alleanza con il paziente? Oppure l’altra: cosa possiamo fare se ormai è un paziente cronico? Ma la cronicizzazione è un esito della patologia o di interventi tardivi, non adeguati, insufficienti? Egli non evita nemmeno di analizzare e mettere in discussione lo strisciante paternalismo con cui, nell’intento di proteggere il fragile, si emanano leggi di tutela che alla fine rischiano di privare ulteriormente la Persona del rispetto e dei diritti fondamentali.

La sua lucida analisi porta inevitabilmente ad affrontare il problema emergente della crisi della psichiatria come disciplina. E la sua storia professionale gli permette di farlo con cognizione di causa e con uno sguardo aggiornato che nulla concede né alla nostalgia (Ventura non nasconde la sua età), né ad un’infantile illusione futuristica. Crisi che riguarda senz’altro anche la psicologia sempre più in affanno rispetto al ritorno alla filosofia come maestra di vita e ad ogni forma di pratica esoterica.

Pertinente e calzante è il riferimento di Ventura al filosofo vivente Byung-chul Han che ha coniato il concetto di psicopolitica:

“Nel suo breve saggio è reso esplicito il rischio che con i big data tutto diventa immediatamente visibile (attraverso la statistica, N.d.R.) e <<le anomalie non sono più possibili. Dalla trasparenza deriva una coercizione alla conformità che elimina l’Altro, l’Estraneo, il Deviante>>. In un altro passaggio scrive: <<La psicopolitica neoliberale è la tecnica di dominio che, per mezzo della programmazione e del controllo psicologico, stabilizza e perpetua il sistema dominante. L’arte di vivere come prassi della libertà deve assumere, perciò, la forma di una de-psicologizzazione>>.

Tuttavia mentre condivido l’analisi del filosofo citato non altrettanto l’ipotesi di soluzione.  Necessitiamo non tanto di una de-psicologizzazione, ma di una de-medicalizzazione che sempre più punta ad invadere ogni spazio esistenziale, a disconnettere la mente dal corpo secondo un paradigma materialistico e meccanicistico della visione di homo. Ritengo che la psicologia, pur avvalendosi del metodo scientifico (quello del dubbio e della verifica) debba riappropriarsi della sua specificità: la ricerca del significato del comportamento e non accontentarsi del mero addestramento alla norma, fuggendo da ciò che appare in-sensato, a cui l’approccio comportamentista si è piegato riducendosi a stampella non solo della psichiatria ma di ogni disciplina utile appunto alla psico-politica.

Giunti a questo punto il lettore si chiederà:” Ma questo abisso ha un fondo? O non ci resta che piangere?”. Ventura prospetta e propone passi concreti da intraprendere e conclude la sua esplorazione sul bordo dell’orizzonte con una frase di Albert Einstein, mente visionaria ma sempre ancorata alla necessità del limite etico nella scienza:

Ma le crisi possono essere salutari se permettono una riorganizzazione e una crescita:<< Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia>>”.

Dal momento che da sempre la fisica ci ha regalato frutti importanti nel difficile percorso della conoscenza, fino all’ipotesi di poter trasformare i buchi neri in “buchi bianchi”, concludo con le parole del fisico Guido Tonelli, profondo indagatore dell’universo di grande spessore etico:

 

<<La fisica del XX secolo archivia definitivamente ogni tentazione di realismo grossolano e di meccanicismo materialistico… Il metodo scientifico non è in discussione… Il metodo che ha dato risultati così eclatanti non si applica all’intero reale…E la nostra vita, per non parlare della comunità complessa degli umani, è caratterizzata proprio da questo tipo di fenomeni [complessi N.d.R]…una comunità umana di individui pensanti, liberi e interagenti fra loro non può essere trattato come un sistema fisico… L’illusione di capire il funzionamento del cervello umano usando gli stessi strumenti che ci hanno permesso di capire il funzionamento di altri nostri organi è tramontata da tempo.>>

Speriamo che psichiatri e psicologi se ne accorgano!

Miriam Gandolfi

Psicologa psicoterapeuta sistemico-connessionista. Responsabile scientifico di Officina del Pensiero Bolzano Trento

 

per approfondire

 

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NOVITA'

Il libro intende indicare una speranza scaturita da un percorso intrapreso da Miriam Gandolfi nel 1976 e confermata dalla ricerca iniziata nel 2017, ideata da Miriam e sostenuto dalla nostra Officina del Pensiero. La ricerca, conclusa nel 2020 causa restrizioni pandemiche, ha coinvolto una decina di giovani colleghe e colleghi che hanno accettato la modalità autogestita ed autofinanziata con cui dal 2001 opera, per scelta deontologica, Officina del Pensiero. Grazie a loro abbiamo avuto accesso, autorizzati da Genitori, Dirigenti e Insegnanti, a Scuole Materne della Lombardia e del Trentino allo scopo di validare una procedura diagnostica e riabilitativa già in atto dal 1992 e in grado di risolvere i problemi di iperdiagnosi e cronicizzazione previste dal mainstream.

Alla fine è stato focalizzato un campione “pulito” di 163 bambini tra i 4 ed i 6 anni.

L’esito ha interessato, tramite il prof. Attà Negri coautore del libro, l’Università di Bergamo, che ha attivato un Corso annuale di Alta formazione post Lauream giunto alla quarta edizione e che dall’anno 2023-2024 vede la partecipazione non solo di psicologi e pedagogisti, ma anche, per sollecitazione di Miriam, di Insegnanti. E' risultato infatti evidente che la corretta e completa individuazione dei problemi e dei percorsi per prevenirli e superarli richiede la collaborazione di psicologi, insegnanti, genitori e famiglie e la conoscenza delle realtà operanti nel territorio.

La teoria posizionale elaborata, sperimentata e testata da Miriam Gandolfi e dal gruppo Pando* evidenzia l’inconsistenza, in quanto priva di riscontri documentati, dell’attuale indirizzo che cataloga le difficoltà scolastiche e comportamentali dei bambini come geneticamente determinate e conseguentemente croniche, unicamente perennemente protesizzabili con strumenti pedagogici e farmacologici di contenimento e non di riabilitazione, che nel nome dell’inclusione escludono i bambini da un futuro autonomo e attivo. Sradicandoli dal contesto dell’abitare in cui i bambini dovrebbero crescere sperimentando il mondo e le relazioni con le persone.

Posizionale significa che il bambino va compreso nel suo ambiente, nel suo spazio-tempo, fatto di persone e spazi reali, dove il suo corpo si muove e muovendosi apprende gli orientamenti spaziali e sviluppa le attitudini motorie e cognitive che gli permetteranno di approdare alla scritto-lettura in maniera adeguata, nei tempi naturali e con i propri ritmi. In un contesto (oikia-casa-famiglia-spazio/tempo) che lo accoglie per quello che è senza imprigionarlo in quello che dovrebbe essere secondo regole imposte da chi, “esperto”, non riconosce né i bambini né l’ambiente contesto. Infatti hanno introdotto nella scuola i visori per immergersi nella (ir)realtà aumentata. Estrema negazione del corpo e dello spazio senza i quali nessun essere vivente si sviluppa e cresce.

Il libro non è una critica, per altro non necessaria, ai protocolli che imprigionano bambini, insegnanti e genitori, ma intende indicare un percorso, già noto a chi da decenni lavora con i bambini e i ragazzi e le loro famiglie, per cui le difficoltà non diventano prigioni, ma possono, se viste al momento di crescita adeguato, essere superate con semplici quotidiani ma potenti interventi che non patologizzano le famiglie e i bambini trasformandoli in futuri utenti psichiatrici.

La ricerca e chi utilizza la teoria posizionale dimostrano che questa non è solo una speranza, ma una realtà ricca di soddisfazioni professionali e di un futuro per le nuove generazioni che interrompe il terribile incremento delle “certificazioni” che in dieci anni sono aumentate del 408,4% (dati ministeriali 2021).

Numerosi sono gli insegnanti, che abbiamo incontrato, che intendono riprendersi il proprio ruolo professionale e sociale di educatori, con i genitori, del crescere e non del contenere. In questa ottica il libro espone, oltre alla irrinunciabile cornice teorico-scientifica, parti specifiche operative per genitori, insegnanti e specialisti psicologi e neuropsichiatri infantili.

 

Abbiamo nominato il gruppo di ricerca PANDO, in riferimento alla foresta di pioppo tremulo dello Uta, che è praticamente un’unica pianta (organismo) antica di 80.000 anni. Esempio di cosa significa complessità e connessione di tutti gli elementi come unico modo di comprendere la Natura e i fenomeni della vita delle persone.

 

 

                       

SITO IN AGGIORNAMENTO

 

La mente espansa

Trauma storico, perdita del legame con le radici, sofferenza psichica.

 

Prof. Marcello Maviglia - Dr.ssa Miriam Gandolfi

 

30 gennaio 2023 dalle 9.00 alle 18.00
Sede: Fondazione Antonio Dalle Nogare, Via Rafenstein, 19 Bolzano

 

Il Novecento è il secolo che si caratterizza per il fenomeno dello sradicamento forzato di popolazioni autoctone dai Territori originari, attraverso migrazioni di massa. Antropologia, Psicologia e Sociologia si sono dedicate allo studio degli effetti che questo fenomeno produce nell’immaginario collettivo, nelle narrazioni e nei comportamenti sociali e individuali, formulando il concetto di Trauma storico.

 

Per i Professionisti che si occupano della salute psichica e sociale è necessario interrogarsi
circa gli effetti che ciò comporta sulla costruzione dell’identità personale. Questo il fulcro del workshop con il Prof. Marcello Maviglia che introdurrà il concetto di Trauma storico, in un confronto dialogico con la dr. Miriam Gandolfi sulla realtà altoatesina che si è confrontata con queste scelte geo-politiche soprattutto con il fenomeno degli “Optanti”.

 

L’Alto Adige/Südtirol territorio di confine, si pone naturalmente come crocevia di popolazioni alla ricerca di un “equilibrio di identità”.

scarica il volantino con tutte le informazioni
all-volantino_conferenza_la_mente_espans[...]
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A cosa serve la scuola

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.

 

Conversazione con la Dott.ssa Miriam Gandolfi psicologa dell'età evolutiva.

 

Sabato 21 gennaio 2023
Sala del Consiglio, Ravina (TN) ore 18:00
Ingresso libero
L’evento sara’ trasmesso in diretta facebook sulla pagina: alternativa - trentino Alto adige

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. (proverbio africano)

Esiste ancore un "villaggio" educante?

 

sapete quanti bambini con Bisogni Educativi Speciali (BES) ci sono nella classe del vostro bambino?

e nella scuola dei vostri figlia/figlio?

sapete cos'è il Ritalin usato per tenere tranquilli quelli che disturbano?

A luglio '22 il governo Draghi ha emanato il testo PIANO SCUOLA 4.0. 
Sapete cosa prevede per il futuro di bambini, scolari, studenti?

E il futuro della scuola:
Dirigenti scolastici e Insegnanti saranno professionisti responsabili dell'educazione o esecutori passivi di norme?

Scuole e famiglia sono i costruttori dei futuri cittadini: che cittadini stiamo costruendo?

 

Senza informazione e condivisione non può esserci un "villaggio" educante.

Locandina conferenza
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